martedì 25 novembre 2008

Daniele Paladini eroe salentino



1. E morto per difendere un ponte, il “suo” ponte che aveva smontato , aggiustato, ridipinto, rimesso a nuovo, era un mese che ci lavorava a quel vecchio ponte abbandonato dai sovietici , a Paghman, un villaggio dell’Afghanistan , a soli 15 chilometri dalla capitale, Kabul , quel ponte che si doveva inaugurare proprio quel giorno dinanzi alla popolazione e alle autorità locali.
«Non era uno che si tirava indietro» , dirà lo zio Giovanni Stefanizzi, “ e non lo ha fatto neanche vicino a quel maledetto ponte”.
Ma un ponte non è mai maledetto, è qualcosa che unisce, affratella, accomuna, anche quando le sponde opposte da ricongiungere sono infinite e infinitamente lontane. E’ un’opera architettonica dal lungo corpo composito, cemento, legno, metallo, con una sua anima. E questo lui lo sapeva bene , perché su quel ponte c’era la sua anima , il suo “genio” di “pontiere” straordinario, uno che sapeva costruire ponti come archi di pace , ma col rischio costante e consapevole della vita perché da sempre c’è chi i ponti li distrugge , li vuole far crollare , da sempre i pontieri del genio militare muoiono negli incidenti di cantiere perché gli elementi dei ponti sono grossi, pesanti e definitivi, basta un errore o il cedimento di un elemento e si muore. Una vita , la sua , irripetibile , devastata , spenta da un kamikaze, una bomba umana frutto dell’odio , ma anche della miseria .


2.Si è spento così il Maresciallo Capo Daniele Paladini , uno che amava la vita , con umile grata e diuturna passione amava quella la vita preziosa che gli era stata data da una donna salentina , buona e dolce come un fico maturo, ma forte e indomita come una roccia del suo mare ; Daniele aveva il sorriso buono e pieno di meraviglia della madre , e la fantasia , la poesia di un costruttore di ponti , che uniscono i villaggi, i popoli , le nazioni , uno che solo poche ore prima aveva detto alla moglie , alla figlioletta e alla madre , State tranquille e serene , qui è tutto placido , rischiate più voi col traffico sulle strade che io in queste contrade deserte ; e poi ho pochi giorni ancora da restare , per le feste sarò con voi , e faremo meraviglie , perché voi siete meravigliose , e solo la meraviglia ci potrà salvare . Invece è venuto prima, Daniele , dentro una bara ricoperta dal tricolore , è morto nella sua stagione più bella, a soli trentacinque anni, questo nostro soldato pieno di sogni e di dolcezze della vita, un ragazzo tenero, incapace di far male ad una mosca, ma era un soldato pieno di dignità , di orgoglio, e onore.

3. "Il mondo è pieno di soldati. Ma i soldati veri, quelli sono pochi. E Daniele Paladini era un soldato vero, un soldato eccezionale”, dice il Colonnello Di Fonzo, comandante del contingente di Kabul . Nel senso buono, positivo del termine, che implica disciplina , lealtà, fierezza, spirito di sacrificio , orgoglio, amor di patria , termine caduto in disuso, anzi quasi sbeffeggiato, ma che in lui aveva ancora un alto significato. Daniele era tutte queste cose , e per capirlo basta guardarlo in faccia , guardate quella sua faccia pulita , intensa , bella , faccia salentina alla Don Tonino Bello , all’ Aldo De Donno, per restare ai nostri tempi , metà santo e metà guerriero, con un sorriso luminoso, un sorriso pieno di meraviglia , un sorriso buono. E poi lo sguardo profondo , che era un incendio azzurro. C’era tutto in quello sguardo , il passato e l’avvenire , il cielo e il mare della sua terra d’origine , Lecce, il Salento. E la storia di quell’antico popolo abitava dentro di lui, i messapi , domatori di cavalli, ma anche quieti pastori, ceramisti, contadini, pescatori , poeti. E guerrieri , anche, ma per necessità, per difendere la propria famiglia, la propria gente, la propria terra. Lui è morto per difendere un ponte, il 24 novembre 2007 , il giorno stesso in cui gli italiani riconsegnavano quel ponte , da lui rimesso a nuovo, alla popolazione martoriata di Kabul.… Era lì in attesa delle autorità, della folla dei civili, degli altri soldati , quando ha notato il terrorista che cominciava ad avvicinarsi lungo il greto del fiume , nascondendosi grazie ad una fila di alberi . Il suo obiettivo era colpire i civili e i soldati della Nato.


4. Daniele gli è andato incontro , gli ha intimato l’altolà, ma quello non si è fermato , ha fatto un passo ancora e si è fatto saltare in aria» , dice il comandante di Italfor. E insieme a lui altri nove morti civili, tra cui tre bambini e tre soldati feriti italiani. La strage è avvenuta alle 9.52 locali , le ore 6.22 in Italia, quando la moglie, la figlioletta e la madre venivano svegliate di soprassalto. Daniele non era un eroe per caso , come è stato scritto su qualche giornale, e neppure un eroe normale, come dicono le Istituzioni , a partire dal premier e dal Presidente della Repubblica, per il quale sono tutti eroi in nostri soldati in missione di pace. Ma non è così. Daniele era un eroe per vocazione, oserei dire per destino, fatalità, o ancora di più, per un’idea stessa di eroismo che ci formiamo nella mente e che viene da lontano , dall’antica Grecia di Omero insieme alla musica e alla poesia, al canto caldo che fanno i cieli rossi dei tramonti pieni di solitudine e malinconia. Era, insomma, un eroe umile, un eroe salentino, pienamente cosciente di quel che faceva e dei rischi che correva, a cui non poteva e non voleva sottrarsi.

5.Alla radio, in macchina, quando ho appreso la notizia, che un soldato italiano era morto in Afghanistan nel tentativo di bloccare un kamikaze, il nulla si è fatto angoscia , e il vecchio cuore ha cominciato a battere all’impazzata. Ancora prima di conoscere il nome della vittima , io sapevo che si trattava di un salentino, ma di quelli buoni ( ahimè , purtroppo ce n’è anche di cattivi, altrimenti la regione non sarebbe com’è) , che io conosco e so che sono straordinari, unici, irripetibili, uomini che sanno fare bene le cose che non esistono , ovvero le missioni di pace con tutto lo strascico di imperante retorica. Non esistono, ma sono capaci di inventarle quelle cose , al di là dell’opportunismo politico , o del bieco cinismo affaristico , con la fantasia e soprattutto con la fede, sono uomini capaci di credere in ciò che fanno e lo fanno bene, con passione, con amore , con grande senso del dovere e di umana solidarietà. Era un uomo gentile , con un cuore dolce, che faceva il soldato , uno dei tanti salentini che per affermarsi devono emigrare al nord, Seregno , o Novi Ligure , devono combattere, rischiando la vita dove c’è maggior pericolo , in Kosovo, o in Afghanistan , uomini che muoiono giovani, com’è nel loro destino, lasciando nel lutto una famiglia , una città, una regione, una nazione, l’ umanità stessa , sempre in cerca di nuovi costruttori.

6.Dice il Generale Fabio Mini, ex comandante delle forze Nato in Kosovo, che Daniele Paladini è morto da Eroe perché si è sacrificato coscientemente salvando altre persone e combattendo corpo a corpo con un nemico armato. Per tutto questo l'esercito e l'Italia sono orgogliosi di lui e dei suoi compagni. “Ma Paladini – aggiunge Mini - è morto anche da Soldato Nuovo: da soldato che ha adottato un modus operandi selettivo, che è in grado di osservare l'ambiente, di capire l'avversario e che sceglie coscientemente d'intervenire sul singolo piuttosto che sparare nel mucchio. E per questo la morte di Paladini è ancora più dolorosa e amara. Un Eroe è sempre una persona eccezionale e il vuoto che lascia è incolmabile, ma perdere in Afghanistan un Soldato Nuovo che agisce come un Uomo tra uomini è una vera tragedia. Per tutti.

7.Il Salento vomita morti, diceva Carmelo Bene, e si riferiva non solo ai martiri di Otranto , dimenticati dalla storia dell’Italia ufficiale, ma a tutti quelli che considerava i martiri di oggi, appunto il forte contingente di salentini che s’era arruolato nella polizia, nei carabinieri, nelle forze armate , salentini che ora si ritrovano ovunque , in terra, nel mare e per i cieli, fratelli di sangue , carne da macello, ma anche costruttori di meraviglie e di pace.
Il maresciallo Paladini non è la risposta a chi si chiede “ che cosa ci stiamo a fare in Afghanistan?”, come scrive Vittorio E. Parisi sull’ “Avvenire”. No, è morto solo per difendere un ponte; era il suo dovere, la sua vocazione, il suo destino, su quel ponte ha visto per primo, ha intuito per primo ( altrimenti non sarebbe morto) quel che stava accadendo, ed è andato incontro a quell’attimo definitivo, che è di coraggio , di desiderio, di verità, forse di gloria.

sabato 15 novembre 2008

Terra lieve che di colpo si fa pietra






1.Terra lieve che di colpo si fa pietra
Pietra aguzza nera con linee aspre
Aspri fiori gialli spinosi carichi di sole
Sole pietra implacabile ed estrema
Ti lacera un grido ad un tratto
Mentre una raffica di siepe uccide
Una notte tessuta di silenzio
Logica che si frantuma davanti al mistero…

2.Ma se svolti l’angolo ecco il mare
E l’improvviso mutare delle cose
Occhi di mare nei cortili dei gerani
Tra le mani maschie che strappano vesti
Di fanciulle vestite di lava e di fuoco
Strade di occhi che non ti lasciano mai
Cieli tra muri chiusi che respirano a fatica

3.Il sesso spinge
Il sesso opprime
Il sesso è un velo nero sotto il sole
Il ficodindia spinoso che nel fondo
è dolce morbido alla fine senza difese
E’ l’omertà degli arabi
Che lega avvinghia abbraccia
Ghermisce soffoca uccide




4.Qui veniva Cristo coi dodici
Veniva con la sua barba bionda
A spezzare il pane e contare parabole
Sotto gli ulivi saraceni
C’è ancora la sua luce
Non distruggete questa luce
Geometria dell’esistere

5.Funerale di colpe antiche
Qui tutto è di passaggio
Viene va muore e rinasce
Radici aeree e luoghi lontani
Nostalgia che batte nel sangue notturno
Tutto è provvisorio
Tutto è in fuga
L’olivo saraceno si contorce al sole
Freme al vento con nodi antichi
Per dare tutto di sé
Il Ficus dell’india
Che si chiude nella sua dignità

6.Le gelosie dei balconi in ferro
E delle finestre scolorite
Ridono di te
Ridono di te
Occhi incupiti dalla cenere
Fuoco di rabbia nel sangue
Il sangue diventa lava
Carciofi violacei
Con spine lance contro il cielo
Grovigli di ferocia
Primo grido offeso
Uncino con strappi di maglie nella rete
Polvere dell’esistere sospeso
Forse perché in certe ore
In certe ore
Verso l’ultimo lido c’è solitudine
La solitudine fila verso il mare
Verso il mare
Verso asciutte sfere di luce

7.Il cielo chiaro
Il sole pietra
La Madonna nera
Con le mani e le lacrime di cera
E le madri madonne
Madri imploranti
Sotto quel cielo




8.Nausea viscida
Nausea all’alba
Ritorno al grigio
Al grigio grigio
Per spegnere il candore dei fiori
Annullare il barocco che opprime
Le curve che si muovono
La pietra ineguale
I balconi giardini chiese palazzi
Le curve celesti dell’orizzonte
I peccati della carne
L’ odore di carne e di cera
I garofani e le colonne tortili
Baldacchini di opulenza
Polvere del tempo


9. Noi siamo antichi
Noi siamo nodi antichi
Le mammelle delle zitelle fatte d’autunno
E le primavere tra le cosce delle ragazzine
I sogni verginali sospesi a un niente
Il tesoro della purezza che si sgretola
Ad un ricamare di corredo
La dote amara delle zitelle
Dalle mammelle avvizzite
La vita se ne va
La vita se ne va
La vita se ne va

10.Onde incupite
Luna d’infanzia
Lunghe malinconie
Il lento ritmo del tempo
Strade piene di cielo
Suono-nenia e la nostalgia dell’oriente
Filare circolarmente ad est
Verso est
Mare sottovento
Mare che strabocca
Furore di bandiere
Sui bastioni
Della terra d’Otranto

11.Per investire nell’essere
Bisogna Raspare il cuore
Il cuore
Il cuore


martedì 28 ottobre 2008

Penelope




Bella.

Gentile e forte come Penelope.

Bella.

Anche tu siculo-greca come lei.

Bella.

Anche tu onesta paziente e fedele
Con una specie di fragilità vitrea
E il germe di un poema che celasti nell’intimo.

Bella

Anche tu con il pensiero profondo dell’angoscia
Di saperti condannata al distacco
Imminente .
Irrevocabile.
Definitivo
Sotto un cielo
Gravido di polvere biancastra

Bella

Gigi Scorrano



clic!

ecco i giorni e le parole
di luis scorrano da tuglie
colui che è l' ora , il dove e il quando
e il fremito dell'aquilone
colui che faceva squillare
l'aquilone in ciel
con grida da fanciullo
e poi ammazzava passeri con la fionda
- il sole in faccia e il vento -
poi li squartava
per veder com'era fatto
il loro cuoricin d'argento
colui che faceva innalzare il suo sogno
fino ai campanili,
intagliando fioriture bizzarre
e metteva serpi e tarantole
nelle tonache dei preti
per ridere come un pazzo
nei limpidi mattini d’estate
colui che navigava le città
con navi da corsari
piene zeppe di fundador e marijuana-
e liete sirene che cantavano
colui che agitava i suoi rosei diti
per dissipare ombre
di fanciulle che esibivan
tremanti grazie e rami in fiore
e il conto esatto del loro tempo.

clic!

Marco Pantani


Ode a Marco Pantani


Addio , Marco,
ultimo partigiano Johnny
delle nostre montagne
ultima paga del sabato ,
ultima primavera di bellezza
ventitreesimo e ultimo giorno d’Alba
con il casco nella selva
e la gobba d’oro
e il tuo volto da clown triste.
Con te se ne va l’utopia colorata
di rosa o di giallo
la fatica ossessiva e bestiale
che diventa mazzo di rose rosse
volo fuga infinita verso il cielo,
tu sei l’equilibrista dolcissimo

e crudele
del nostro destino
che chiude un ciclo
una storia
e un tempo irripetibile.
Era un ragazzo come tanti ,
con un sogno grosso così dentro.
Prese la bicicletta
e s'inventò le salite dov’era tutta pianura ,
e poi le curve - non quelle molli e rosacee
delle ragazze di Romagna
ma secche come una frustata di squaw ,
o le discese degli indiani
E le simmetrie degli abeti e dei mirtilli
tra la neve.

Ahi, Marco Burdel!
Sto qui come un orante
che ritaglia la mano dall’aria
per farti tornare a quel tempo
di assalti esaltanti e pericolosi
quando nel luglio infernale
stavamo svegli sul lettone
ad aspettare che tu
con il duro rapporto
e la forbice degli occhi
avresti mozzato le dita
e le ruote
a tutti
sull’ultima divina salita
sull’ultimo grido
lo sbigottimento
e il bacio feroce
che faceva rollare i pedali
e t’apriva rughe profonde
sulla fronte vittoriosa
il ghigno
che ci faceva restare tutti senza fiato
incollati al televisore

ignari e sospesi
tutti a pregare
– anche gli atei convinti –
– con le mani giunte, senza fiato
davanti a quello schermo pieno d’angeli
a quell’eden e inferno
in cui Adriano Dezan
coll’ape e il trifoglio pieno di lacrime
e il Gianni Mura grasso sudato
con la nera barba fenicia
e il volto tenero e duro
Ti cercavano
Ti pregavano
E dicevano col groppo in gola:
Marco oh Marco
se non ci fossi tu
che ciclismo sarebbe?
E ora?
Siamo tutti orfani senza di te.

Anche le salite hanno nostalgia
della tua bandana rosa e di quella musica,
di quell’ouverture da mille e una notte ,
terribile e splendente,
e anche le ultime aquile
e le ginestre che stanno vicino al cielo
sono condannate alla tua assenza.

John Wayne



A John Wayne

Si dice che nulla sapesse dei nessi
tra tragedia , morale e metafisica.
Prese il cavallo e s'inventò
l'algebra degli indiani
E poi le simmetrie colorate
degli aranci, dei limoni
e dei frutti maturi della California.
Amigo , gli disse John Ford ,
con l'occhio prismatico:
tu sai che io lavoro sui vetri ,
sugli specchi e rifletto la prateria,
il coraggio e l'ultima frontiera.
OK, disse John, io respiro, magno,
fo' l'amore , de mejo nun c’è :
vado a cavallo , e puro a messa ,
canto cor coro, so’ un bravo regazzo;
ogni tanto ammazzo un po' d'indiani,
è vero, ma quanno ce vo’, ce vo’.
Al vecchio decompositore di aloni
fiori freschi e frutti marciti , stava benone.

E fu subito “Ombre Rosse”.
E le ragazze americane “uscirono pazze”
per John ( Ahi, John, ahi , John ,
lo sognavano la notte
e si lisciavano la passerina )
e cominciarono a scuotere
le loro trecce dalle finestre
a spandere odori di mimose
e di rose lungo le strade polverose.
- Ieri ho piantato un salice nel ranch
e gli ho dato il tuo nome, Jane,
diceva John alla prima ragazza
fatta dolcezza d'amore e tutto si mostrava
(si ergeva – sul cavallo –) dalla cintola in su ,
con l'argento del cinturone
che gli grondava sui fianchi e sui lombi.
Poi venne la notte , un chiarore
che scolpiva vittorie
tra i nascondigli e gli spazi grigi scroscianti
i mezzogiorni di fuoco, i dollari d'onore,
e poi la grande panza del Grinta
dall’occhio guercio,
lo dovevano issare sul cavallo con la gru
il vecchio John
e ancora il vitreo battito degli zoccoli
del cavallo sfiancato
dalle sue duecentosesssantuno libbra di carne .
Ahi, John! , ahi, John!, Ahi, John,
è l'ora che disgiunge sogni e pene
siamo all'ultimo chiarore ,
alla nubile notte
che non potrà essere fecondata
dal tuo seme guerriero,
fiore pallido di brace;
affondi nelle distanze,
nessuno più ti chiama ,
nessuno aspetta
e la tua pistola è tutto un tremore.
Ahi, ahi, John!,
un cancro al polmone ti segna il tempo
i tuoi giorni son contati ,
nella solitudine, nel suono delle voci,
nella trafila dei gridi : i sioux e gli apaches ,
i mascaleros e i sciosciones
fanno ressa lungo la pianura
E' un cancro che ti porta via
lo specchio, il prisma e la luce.
E allora tanto vale farne un film.
L’ultimo film da pistolero.
Addio, John… e che la terra ti sia lieve .

mercoledì 1 ottobre 2008

Il grido dei poeti





I

qui il vento del deserto non ha canti
e la musica è lamento
ogni porta si chiude sul tramonto
è l'ora dello sguardo fissato contro il muro
poi si rientra nella stalla
la speranza è la notte

II
all'alba i mari striati di verde
gonfi di storia dimenticata
e i castelli diruti
e le torri di vedetta
le campagne bruciate
gli ulivi laminati d'argento
inerpicati sulle rocce delle serre

come guerrieri polverosi
e i caseddhri
di pietra grigia chiara
ornati dal basilico
i canti griki dei carrettieri
e quelli neri
delle raccoglitrici delle ulive
i canti rossi
delle vendemmiatrici
e i canti gialli
delle raccoglitrici di tabacco
in una teoria di terrazze
e corti
con i mignani
e i vasi di geranio
e la salsa rosso-cupa
delle feste comandate
il gorgoglio dei mosti
e l'odore acre delle vinacce

III
oh, la salacità
dei barbieri cerusici cartapestai
le annose polemiche ai tavoli di caffè
l'ultima poesia di Sinisgalli
l'ultima stroncatura di Bodini
l'ultimo saluto alla stazione
sul treno che partiva (vuoto)
soltanto per te
ecco i fanciulli che nascono dicendo
ahi!
e il sangue delle lune borboniche
che sgorga melenso
e s'interra negli scantinati
la vecchia dal mento di creta
che scende i gradini della cattedrale
e le lame gialle e viola che feriscono
il cielo a occidente

IV
ecco tutte le nostre macerie
che ci portiamo dentro

nei night di roma
tra memorie di filetti di cavallo
e vino rosè
di nostra signora dei turchi
noi abbiamo abitato l'anarchia
e tuttora bruciamo
dentro empi e miscredenti
come giordano bruno
e giulio cesare vanini
anche comi bodini pagano
verri toma e carmelo bene
continuamo a bruciare
ora che abbiamo passato l'età
degli enfants prodige
e rimaniamo solo prodige
con la barba brizzolata
e la panza che avanza

V
chi di noi ha tradito?
tutti abbiamo tradito ,
certamente

perchè volevamo
una città immutabile
una città morta
e senza più dei
quella stessa
che avevamo lasciato tanti anni fa
con le quattro colonne intatte
e i venditori di droghe
(quelli che venivano da smirne
lungo la via della seta,
non quelli dei campi di papaveri)
con gli artigiani nelle strade
e le forge in bottega
col circolo culturale
ridicolo e muffito
e l'università tutta da ridere
una università di carta


VI
ma dobbiamo difenderci pure
in qualche modo
e allora diciamo
che è la città ci ha traditi
la città è femmina mutevole
e così poniamo fine
alle nostre polemiche
senza capo nè coda

VII
noi siamo il risultato raro
di prodigi contaminati
che ci hanno resi
cittadini del mondo
perchè non abbiamo più baricentro
siamo un moto perpetuo
e passiamo
dal fico al melanzano
dal roseto al baobab
dall'albero delle mosche

all'albero del pane
dal bambù al cactus
con naturalezza assoluta
quasi con pervicace
predisposizione

e la carezza del duce
dove la metti?


VIII
sì, lo sappiamo, il sud è
la terra del rimorso
per noi artisti scrittori
giornalisti scienziati
per noi scriba parassiti
e altro ancora
il sud è la terra dei minori
sempre in attesa di essere
riconosciuti più grandi
ma bisognerà
pur riscriverla la storia
prima o poi



IX
bisognerà far capire
che la nostra
è una fatica immane
a rimanere quaggiù e
a gridare nel deserto
in attesa che ti taglino la testa
per le grazie di una salomè
scusate, ma uno
si deve pur incazzare
se pietro micca è sui libri di testo
perchè saltò in aria
facendo il suo dovere di soldato
e ottocento martiri otrantini
che si fecero decapitare
resistendo ai turchi e all'islam
stanno a malapena
sui libri di memorie locali
o no?

X
è che siamo
uno a ottocento tra sud e nord
questa è la giusta proporzione
sia nella storia che nell'economia
sia nella scienza
che nella civica educazione
e anche nel successo
e nel mercato
e nell'espansione del pensiero
e nel valore tout court
della latitudine e pelle
abbiamo perduto tutto
e in tutti i campi

XI
ci rimane forse la poesia
che è la lingua dell'allegoria
che copre i misteri della natura
e le più sublimi
concezioni della morale
con un pudico velo
ci rimane dunque
la lingua dei fanciulli
e degli dèi
il segreto magico
la sua forza e l'incanto

ci rimane la
poiein
poiesis
phohe
(la bocca, la voce , il linguaggio)
e ish,
(il soffio del dio sconosciuto)

XII
ci rimane il grido dei poeti
sulla pagina ancora non scritta
sulla pietra e sul metallo
sulla tela ,
tra le formule fisiche e chimiche
fra la gente
nel mondo che s'incontra
in ogni città libera da bandiere
ci rimane quel grido dei poeti
che forse può ancora salvarci.